In Memoriam Gino Stefani

In Memoriam

Gino Stefani

(Samarate, 2 ottobre 1929 – Roma, 7 aprile 2019)

 

Gino Stefani, padre degli studi italiani di semiotica musicale, è scomparso a Roma pochi giorni fa. Pubblichiamo un suo ricordo attraverso le parole di Luca Marconi, semiologo, allievo, amico e a lungo suo stretto collaboratore.

 

 

Gino Stefani, come è noto, è stato uno dei due fondatori, insieme a Jean-Jacques Nattiez, della semiotica della musica; ma i motivi per i quali merita di essere ricordato dall’AISS in occasione della sua recente scomparsa vanno ben al di là del riconoscimento di questo suo ruolo cruciale.

È fondamentale ricordarlo innanzitutto come autore di un ampio numero di saggi che hanno fornito un modello per molti studiosi che hanno cercato di applicare la semiotica all’ambito musicale, e che anche oggi risultano imprescindibili per chi intenda dedicarsi a tale applicazione. Se già sono ricchi di spunti in questa prospettiva i suoi scritti degli anni ’60 sulle musiche liturgiche, è poi dal 1973, anno del Primo Congresso Internazionale di Semiotica della Musica, da lui organizzato a Urbino, che ha inizio la serie delle sue pubblicazioni con impostazione semiologica più rilevanti, inaugurata dall’articolo “Semiotique en musicologie”, contenuto nella sezione “Per una semiotica della musica” del numero 5 di Versus. Volendo menzionare solo i titoli di alcuni dei principali volumi da lui firmati, non possono non essere citati Musica barocca. Poetica e ideologia (1974), Introduzione alla semiotica della musica (1976), La competenza musicale (1982), Il segno della musica (1987), Musica con coscienza (1989), Musica: Dall’esperienza alla teoria (1998), La parola all’ascolto (2000).

Accanto alla sua attività di autore di saggi, in questa sede non vanno dimenticate le sue frequenti partecipazioni, con interventi di grande impatto comunicativo, ai convegni organizzati in Italia dall’Asssociazione AISS e a numerosi convegni internazionali di semiotica generale, di musicologia e di semiologia della musica, specie nell’ambito del Musical Signification Project, che l’ha visto dialogare e collaborare con i più autorevoli specialisti del settore, primo fra tutti Eero Tarasti.

Altrettanto memorabili sono stati i corsi da lui tenuti dalla metà degli anni ’70 fino al 2001 come titolare della prima cattedra universitaria in Europa di “Semiologia della musica”, presso l’Università di Bologna, e poi presso il DAMS dell’Università di Tor Vergata a Roma. In questi corsi, nelle numerosissime tesi di laurea delle quali è stato relatore, così come in gran parte dei suoi saggi, egli è riuscito a far sì che la semiotica risultasse, e venisse percepita da chi ha beneficiato della sua guida come appassionato maestro di vita intellettuale, come una “disciplina democratica”, formula posta come titolo del primo capitolo di Introduzione alla semiotica della musica alla quale Stefani è rimasto costantemente fedele.

Fondante per lui è stata la concezione dello studio semiotico, in linea con quanto enunciato dal grande amico Umberto Eco nel Trattato di semiotica generale, come forma di critica sociale nella quale teoria, ricerca scientifica e prassi sono compresenti, consistente in un lavoro di base a vari livelli finalizzato a far sì che l’individuazione di sistemi e processi di significazione contribuisca a svelare occultamenti ideologici in ogni forma di relazione comunicativa. A tal fine, la sua attenzione si è focalizzata soprattutto sui comportamenti, verbali e non verbali, che, risultando come manifestazioni di esperienze vissute dal soggetto che li mette in atto, sono rilevabili empiricamente (sotto forma di “senso osservato”); l’esplicitazione dei processi di significazione e delle competenze implicate dalle attività musicali di volta in volta studiate è stata prevalentemente da lui condotta nei confronti di esperienze vivibili non solo da ’esperti’, ma anche da soggetti dotati di competenze non specialistiche, “comuni”, nei confronti di diversi tipi di oggetti: da quelli più ‘popolari’ e/o ‘di massa’ a quelli della musica ‘colta’, affrontata da Stefani considerando anche casi che altri approcci vedevano come ‘elitari’, da lui spesso decostruiti mostrando la presenza al loro interno di livelli di potenziali comunicativi che risultano accessibili non appena vengano indagati con una prospettiva diversa da quella degli ‘addetti ai lavori’. Ne è così scaturita una serie di esemplificazioni di come sia possibile realizzare teorie e critiche musicali, così come analisi e interpretazioni di testi sonori, profondamente diverse da quelle sviluppate prima delle sue proposte, che spesso hanno anticipato quanto poi è stato fatto in tali ambiti da altri (specie dalla “new musicology” e dagli studi sulla popular music).

Assai incisive sono state, infine, le sue argomentazioni tese a mostrare quanta importanza possa avere la semiotica da lui praticata in ambito educativo se questo viene finalizzato, come già egli esplicitava negli anni ‘70, non alla trasmissione ‘autoritaria’ di un sapere, tradizionale o individuale, ma al far sì che l’insegnante guidi alla costruzione collettiva e in divenire di strumenti conoscitivi che consentano a chi li utilizza di gestire il proprio essere nel mondo e nella società.

 

Luca Marconi