«Così lo spazio da cui dipendiamo diventa sociale e pieno di valori», Franciscu Sedda

Franciscu Sedda

Miembro del GESC, 18 marzo 2020

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha certificato che stavamo vivendo una pandemia mentre eravamo già reclusi. Abbiamo scoperto di partecipare ad un imprevisto fenomeno globale, uno di quelli che segnano epoche e ci ricordano che il pianeta è un’unica cosa, un’unica casa, mentre venivamo scaraventati in un abisso di separatezze: murati dentro zone rosse, barricati negli appartamenti, impossibilitati a darci la mano, richiamati a tenerci ad un metro dalle persone che amiamo. Persino separati da noi stessi, dal nostro corpo, disarticolato, smembrato, affinché le nostre mani si ricordino di non toccare i nostri occhi, il nostro naso, la nostra bocca. Intimi costretti a diventare estranei.

Guerra

Difficilmente capitano nella vita momenti in cui le dimensioni globali e locali dell’esistenza divergono così repentinamente e radicalmente. Capita nella guerra quando il corpo che esegue una strategia globale entra in una mischia con gli altri corpi in cui la strategia al contempo si realizza e si fa indefinibile. Meccanismo inverso della battaglia che conduciamo oggi, in cui il virus confonde i corpi mentre la strategia sanitaria cerca di tenerli in ordine, ma che ci rivela un fatto fondamentale: siamo esseri glocali, che anche in questi momenti estremi vivono presi fra molteplici globalità e località, fra molteplici sfere fisiche e immaginarie. Presi e resi ciò che siamo dentro quella trama di relazioni che è lo spazio, linguaggio potente quanto le lingue con cui ne parliamo.

Corpo e spazio

L’immaginario apocalittico, come la scena finale del film 28 giorni dopo (attenzione allo spoiler!) con i sopravvissuti rifugiati in una spopolata campagna che scoprono che c’è ancora vita vedendo passare in cielo un aereo (lì simbolo salvifico, oggi fattore di propagazione virale), già ci aveva allenato a pensare la tensione estrema fra corpo e mondo in tempi di pandemia. Ma viverla sul serio “grazie” al coronavirus è altro. Questo momento eccezionale serve allora a farci percepire quanto il senso dell’esistenza dipende dall’intreccio fra corpo e spazio; che il nostro corpo è la matrice dei grandi assi che orientano la nostra vita, come davanti/dietro, sinistra/destra, vicino/distante, fuori/dentro; che ogni volta che diciamo “qui”, facendo leva sulla presenza fisica del nostro corpo, basterebbe chiedersi “dove?” per generare dilemmi esistenziali e geopolitici. Ecco, questi e altri elementi sono al contempo costantemente attivi e celati alla consapevolezza. A meno che qualcosa – un virus o una guerra, un viso troppo ravvicinato, una stretta di mano negata – non inceppi il consueto trattamento dello spazio. E ce lo faccia “scoprire”.

Luogo pubblico

E così il coronavirus, aiutato dalla rete, ci ha fatto riscoprire quanto dipendiamo dallo spazio pubblico, quello della salute, dei parchi, degli autobus; ha estremizzato il contatto con gli animali, fino a fare del gatto un genere di conforto e del cane da portar fuori un’icona del momento; ci ha dimostrato che il corpo è più del contatto pelle a pelle perché ci si tocca anche con la voce che canta, con le dirette sincronizzate e le immagini condivise via social, con tutta la tecnologia che da tempo ha esteso i nostri sensi e costruito nuovi corpi sociali. E ci ha ricordato che esistono limiti che in certi momenti sono necessari, salvifici, sacri; che chi li valica e si fa pubblicamente beffe di essi si gioca credibilità e reputazione; che non a caso esiste l’idea di uno “spazio di rispetto” e che il rispetto, oltre che la salute, lo si guadagna gestendo bene i limiti che trasformano la pura estensione fisica in spazio sociale denso di valori.

 

 

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