«Il simbolismo di Roma ed il regime fascista italiano», Pierluigi Cervelli

Comunicación para el Congreso Mundial de Semiótica – Buenos Aires, 2019: Il simbolismo di Roma ed il regime fascista italiano: traduzioni intersemiotiche fra spazio e potere politico

Il simbolismo di Roma ed il regime fascista italiano: traduzioni intersemiotiche fra spazio e  potere politico

Pierluigi Cervelli

 

L’obiettivo di questa comunicazione è proporre alcuni elementi di interpretazione del fenomeno storico del fascismo italiano nel quadro della semiotica della cultura, in particolare in relazione ai processi di metadescrizione dell’identità italiana.
Nell’ottica della semiotica della cultura l’affermazione del fascismo sarebbe interpretabile come l’esito di un momento esplosivo della storia italiana, la prima guerra mondiale, momento antientropico di possibile rivoluzione sociale la cui molteplicità viene ridotta radicalmente dalla nuova metadescrizione dell’identità italiana proposta dal fascismo.

L’esplosione si manifesta secondo J. Lotman per la sostituzione di “esplosioni di metafore” alle spiegazioni logico-causali: l’inizio del regime fascista è caratterizzato da una trasformazione coerente della rete di metafore utilizzate per definire l’identità nazionale,  tutte ri-orientate sulla base di una un’idea del passato romano centrata sull’identità imperiale romana e sulla supremazia, ossia in un’ottica radicalmente selettiva rispetto alla molteplicità potenziale che essa contiene (non si riferisce mai alla democrazia della Roma repubblicana).

Il termine chiave di questo ri-orientamento delle metafore è il termine Romanità, termine usato raramente nell ‘800 in Italia, e solo nel linguaggio poetico, la cui diffusione avviene in forma massiccia solo dopo l’affermazione politica del fascismo. Già nel 1925 consultando la rivista ufficiale delle attività del Governatorato di Roma si nota come il termine sia già pienamente operativa, usato all’interno di una serie di testi molto diversi, in particolare urbanistico-archeologici (all’epoca e in Italia le due discipline non erano divise).

La diffusione del termine romanità è secondo me l’indice linguistico della affermazione metadescrizione modellizzante che sistematizza e così limita fortemente l’esplosione culturale caratterizzata dalla prima guerra mondiale: esso rappresenta la metafora principale a partire dalla quale si definirà, dopo la presa di potere del fascismo, una formazione coerente di narrazioni, discorsi e pratiche.

Di che metafora si tratta?

Dal punto di vista linguistico il termine Romanità si potrebbe definire come una metafora grammaticale : la sostantivizzazione di un aggettivo – da romano a romanità – o la nominalizzazione di un sintagma « l’essere romano », che produce un’effetto di senso che potremmo definire come un ‘essenzializzazione e un ontologizzazione di un elemento storico, sottratto per questo al divenire casuale degli eventi storici.

Qual’è la novità di questo termine ?

Essa non è ovviamente solo morfologica ma semantica : pur essendo stato talvolta presente nella cultura risorgimentale e liberale italiana (ad esempio nella poesia del poeta nazionalista Carducci) il suo significato non era caratterizzato da una isotopia della dominazione e della forza.

Prima della prima guerra mondiale infatti il nome di Roma era valorizzato molto negativamente: Mussolini stesso l’aveva definita Sanguisuga d’Italia nei primi anni del ‘900 e gli intellettuali futuristi più famosi (come Marinetti e Prezzolini) la detestavano; l’inno dell’indipendenza nazionale – il risorgimentale Canto degli Italiani – definiva l’Italia « schiava di Roma ».

Coerentemete con il nuovo effetto di senso si sviluppano una serie di pratiche archeologiche, urbanistiche e mediche.

 

  • Quello che mi pare interessante è che non si tratta di una sommatoria di segni isolati ma – come vorrei mostrarvi – di un sistema di segni in cui Roma e la romanità sono il fulcro di una grande narrazione, che ha prima di tutto funzione differenziale (paradigmatica, potremmo dire): serve a differenziare l’Italia dalle altre nazioni europee. Cito dalla rivista Capitolium:

Art. Roma nel pensiero di Benito Mussolini, 1925, Capitolium 1, anno 1:

« Fino a poco tempo fa era segno di spirito forte dir male di Roma: parassita (…) città di fannulloni (…) Guai a chi avesse osato accennare all’eredità del glorioso passato. Delitto di lesa democrazia. E tuttavia si dava ragione al Bryce che dimostrava l’imperialismo inglese legittimo erede dell’imperialismo romano ; al Roosevelt, che vedeva esaltata sulle rive del Missouri la strenous life dei Quiriti; a Poincaré che vagheggiava un impero romano del Mediterraneo soggetto a Parigi: ai Niebuhr e al Mommsen, che per agevolare la candidatura germanica all’eredità latina inventarono la gentile similitudine degl’Italiani discendenti dai Romani come i vermi dalla carcassa di nobile destriero »

 

L’archeologia permette dunque di pensare queta nuova idenità italiana in rapporto all’ « altro » : l’alterità costituita dagli altri paesi che hanno cercato di rubare l’identità romana, quindi i diversi rispetto a cui, secondo il fascismo, l’italia deve enunciare sé stesso (dire io); La riscoperta di questa eredità non si basa solo su un rapporto con gli altri ma su una metafora biologica continua, all’interno della quale opera come un’essenza che attraversa il corpo.

 

Articolo: Nell’annuale della fondazione dell’Urbe Capitolium” Capitolium 1, anno 2, 1926:

Noi italiani avevamo consumato il sacrificio più grande: sacrilego e stolto sacrificio; avevamo fatto gettito dei nostri titoli nobiliari, della nostra aristocrazia di razza, e nel consesso delle nazioni l’Italia si era ridotta all’ultimo grado, al grado di mal tollerata ancella (…) Ma il presente non pu¢ essere avulso dal passato e sarebbe follia tentarlo: il presente è fatto del passato e il passato fluisce per mille vene nell’avvenire.

(…) Sembrò miracolo, il miracolo di chi risuscita un cadavere, ridestare nella lorpida coscienza degli italiani l’offuscata e quasi spenta idea della romanità

(…) Certo un atavico impulso, un prodigioso e fatale rifluire di tendenze della stirpe guidò il Duce quando scelse lasse il 21 Aprile, giorno sacro al Natale di Roma per esaltare i fasti della Nazione Italiana (…)

Questa trasformazione discorsiva si « traduce » in spazio attraverso la trasfromazione del centro di Roma. Noi spesso siamo portati a pensare che il centro di Roma sia così da 2000 anni ma in realtà è un Frankenstein: antiche chiese medievali sono state distrutte, le facciate di altre sono smontate e rimontate, i resti romani sono stati spostati e soprattutto è stato smontato pezzo a pezzo un intero quartiere medievale e rinascimentale – dove abitavano migliaglia di persone – stratificato sui Fori romani (FOTO). La trasformazione fascista prevede infatti l’eliminazione dei tutti gli edifici sovrastanti i fori romani e – tratto radcalmente nuovo – la costruzione di una ampia strada fra piazza Venezia ed il Colosseo, la Via dell’Impero. È un’apoteosi della visibilità.

Con quale effetto semantico? La creazione di un sistema di punti di vista. Nel 1883 al momento della costruzione del monumento funebre al primo re d’italia, nonchè fondatore del regno, Vittorio Emanuele secondo, i governanti italiani postunitari avevano voluto che l’obelisco di una delle piazze fondamentali della roma dei Papi – piazza del Popolo – fosse in asse con la statua del primo Re d’Italia, posta in Piazza Venezia. Via dell’Impero : I lavori iniziano nel sesto anniversario dell’ascesa al potere di Mussolini, 28/10/1928 e terminano nel decimo: il 28/10/1932, definito “decennale della rivoluzione fascista”.

Nel settembre del 1929 Mussolini trasferisce il suo ufficio di capo del governo da palazzo Chigi in Palazzo San Marco, situato in Piazza Venezia, direttamente di fronte al punto in cui sfocerà la nuova via dell’Impero.

Si tratta dell’idea di costituire, stavolta attraverso la visibilità, quel legame diretto fra la romanità ed il fascismo che si costruisce linguisticamente e discorsivamente, stavolta attraverso lo spazio : un micro-sistema di percorsi e visibilità fra il monumento principe dell’impero romano, Il Colosseo e la sede del potere politico dove Mussolini opera.

Se il Presidente del consiglio italiano De Pretis aveva voluto mettere in relazione di frontalità il monumento nazionale dell’Italia monarchica con quelli dei Papi a cui succedevano, nel 1932, alla fine dei lavori, Mussolini porrà direttamente in relazione di frontalità la sede del potere fascista con l’impero romano. Omar Calabrese (1985) ha sottolineato come la prospettiva operi – dal punto di vista dello spettatore – producendo immagini che sembrano enunciarsi da sole. Se il rapporto fra frontalità e profilo può essere omologato – come ha sostenuto Fabbri (1998) sulla base delle ricerche di Shapiro – al rapporto Io/tu espresso dall’enunciazione linguistica potremmo “raddoppiare” la proposta teorica di Calabrese ipotizzando che mettere due edifici così importanti di fronte potrebbe mettere in scena un ragionamento figurativo in cui due edifici si “enunciano” a vicenda, ponendosi l’uno in relazione di inter-soggettività, tematizzata temporalmente : esito e punto di origine, l’uno dell’altro.

 

Mano a mano che gli scavi vanno avanti la metafora biologica si generalizza e si estende alla città e l’intero passato monumentale sia rappresentato come un corpo:

  1. P. Mulè: art MCMXXII – Ottobre – MCMXXXII, Sottotitolo: Le grandi arterie monumentali di Roma Il Duce sulla via dell’impero Pag. 559 “Tra il Foro Traiano e il Campidoglio, ecco, si schiude al riguardante attonito l’incomparabile Via dell’Impero. Tutto è stato metodicamente demolito, e dai cumuli di macerie è riemerso qualcuno dei monumenti più insigni. Dove ad esempio, strisciava la via di Marforio, oggi si leva nel sole con le sue membra spezzate, il Foro di Cesare

Gli stessi monumenti romani sono rappresentati come un corpo, definito anche « un gigante», alla sommità della gerarchia fra parti della città. Ma allo stesso modo i corpi degli abitanti sono gerarchizzati e spazializzati: le case del popolo minuto della Roma prefascista, frutto di un passato popolare, senza autore, sono definiti come vermi. Sono diventate l’extrasemiotico.

 

Mi pare importante anche che proprio nel primo numero della rivista si mostrino le immagini di quella che si considera l’alterità radicale rispetto al sistema di metadescrizione che si mette in atto. Si tratta delle baracche degli immigrati provenienti dalle campagne, definite sarcasticamente « lo spettacolo di un vero e proprio villaggio abissino». Pur trattandosi di cittadini italiani per definirli si ricorre all’immagine di un’alterità più radicale, che non è la differenza con gli altri paesi europei tacciati di impostura, ma quella dei selvaggi che non hanno neanche idea di cosa sia l’identità romana ed erano ritenuti all’epoca barbari irriducibili (da sottomettere con la guerra coloniale del 1935-36).

I selvaggi a cui fa riferimento la rivista non si trovano dunque nello spazio esotico di un altrove indefinito ma solo “semplicemente” italiani poveri: anche se identificati come barbari ( “vero e proprio villaggio abissino”), la loro è una “alterità interna”. Dal punto di vista del sistema dei reietti, il razzismo italiano si costituisce dunque come un razzismo interno, che si rivolge prima di tutto ad uno strato della stessa società. 

Ma questo stesso modello tripartito si ritrova identico – e questo è stupefacente – nelle fotografie delle classi  di bambini articolati secondo la sanità rispetto alle malattie connesse alle famiglie “moralmente deteriorate” (come le adenoidi), (foto) la cui disposizione in gerarchia era articolata secondo lo stesso schema plastico e sopratutto la stessa topologia di valori: dai sani ai gravemente malati. C’è una topologia di valori articolata nello stesso modo fra la disposizione dei corpi nella classe e quella della disposizione nello spazio, che permette di “tradurre” nello spazio la gerarchia morale fra i corpi. Nell’operazione di costruzione del fascismo la città capitale assumerà il ruolo di un immenso laboratorio in cui il fascismo iscrive, o almeno cerca di iscrivere, il proprio modello di universo culturale.    

Le baracche di questa popolazione saranno costante oggetto di repressione: le famiglie che vi vivono saranno definite “famiglie con « precedenti morali  non buoni » (“precedente” è un termine giuridico che nella lingua italiana indica un crimine per cui si è stati condannati).

Si provvederà alla distruzione baracche con un regolamento molto preciso: dal centro monumentale verso la periferia secondo tre fasce di territorio: prima entro le mura aureliane (che circondano la città romana dal III secolo DC), luogo della città romana; poi distruggendo tutte quelle presenti fino a 3 km dopo le mura aureliane e infine verranno costruiti dei quartieri destinati a queste faniglie separati dalla città da una fascia di

vuoto e invisibili dalle grandi strade.

La trasformazione spaziale non è solo una operazione archeologica ma la creazione di una disciplina dello spazio: uno spazio scritto, segnato, articolato per visibilità e percorsi, il cui modello struturale è quello di una gerarchia che procede da un centro verso la periferia e poi oltre una fascia di vuoto l’extrasemiotico.  Ma questa gerarchia è basata su criteri di tipo “morale”.  

All’inizio del fascismo – dopo quel grande momento di esplosione culturale rappresentato dalla prima guerra mondiale, l’archeologia dell’arte antica e il discorso medico sulla popolazione sono i due grandi ambiti indicati da Mussolini come i due livelli di azione del governo fascista : da un lato l’operazione di messa in visibilità del passato imperiale romano resa invisibile dalla stratificazione edilizia medievale (problemi della grandezza); dall’altro l’operazione medica di “assistenza sociale” entrambi al cuore del discorso di Mussolini del 1925 su Roma. I due discorsi, quello archeologico-urbanistico e quello medico usano a vicenda l’uno le metafore dell’altro e le stesse topologie valoriali. Funzionano entrambi come procedure di costruzione di identità politica, nazionale e in nuce razziale – ossia come costruzione del confine semiotico, definizione dell’autodescrizione della cultura e del «sistema dei reietti » che dà forma all’extrasemiotico esterno.

Gli studi storici e quelli architettonici hanno separato radicalmente il problema : da un lato l’eugenetica, dall’altro l’archeologia e l’urbanistica. Ma questa divisione non risponde alla visione, al punto di vista, al discorso del governo dell’epoca, la cui efficiacia e la cui specificità si baseranno invece proprio sulla possibilità – direi la necessità – di trovare una forma di connessione e di « traducibilità » fra questi due discorsi: in nesso isotopico profondo e l’articolazione narrativa – che permettono a discorsi radicalmente intraducibili di tradursi e così di permettere a questa operazione politica di diventare credibile.  

Qesta radice comune è il tratto semantico, comune e fondamentale per entrambi,  dell’ereditarietà. L’articolazione narrativa che esso permette è quella di un soggetto competente che osserva dall’esterno gli esseri umani su cui – o attraverso cui – (come un essere umano adulto che osserva delle formiche).

 

Per pensare questa omologazione dei valori occorre andare al di là delle sostanze di manifestazione dei testi verso le forme immanenti che li articolano. Abbiamo bisogno di pensare, attraverso Greimas, l’idea di una profondità del linguaggio e dell’immagine.
Possiamo articolare a vicenda il pensiero di Lotman e quello di Greimas.
In Greimas è sostanzialmente assente l’idea di una storicità dei sistemi semiotici : l’idea di comparare diacronicamente un sistema di relazioni ad un altro sistema di relazioni, che invece credo fondamentale nell’idea stessa di semiosfera in Lotman. Mentre in Lotman è assente l’idea di una profondità dei sistemi simbolici, di un articolazione per livelli di profondità del significato – base stessa del pensiero di Saussure – che permette una desostanzializzazione e una de-ontologizzazione dei segni, per considerare dei sistemi di differenze e relazioni.

Costruire relazioni fra questi due sistemi teorici sarebbe utile oggi, a mio parere, per fare una vera semiotica del nazionalismo che consideri tutti i sistemi di segni e che proceda per comparazione fra culture e possa così sottoporre a critica i discorsi sovranisti, neonazionalisti e neorazzisti  contemporanei.